(F 18) Disegnatori di font dalla nascita

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author image by Giuseppe | 0 Comments | 2 April 2018

Fin dalla nascita si ha la capacità di disegnare, poi con l’avanzare dell’età la persona si conforma ad uno stile, imparando così a scrivere come meglio crede, questa pratica fu un elemento fondamentale per i bambini e insegnanti della realtà britannica, che venerarono molto, i maestri del mondo dei font come, Mairon Richardson e Tom Gourdie (fig. 136 e 137).
Quest’ultimo fu l’autore del Ladybird Book of Handwriting, sostenendo importanti pratiche per chi scrive, come il fatto che, lo scrittore deve stare seduto comodamente, oppure, l’indice deve essere appoggiato sulla matita, i piedi appoggiati sul pavimento e la scrivania leggermente inclinata, etc, ottimi consigli per chi si impegnava o cimentava in questo settore.
Inoltre Gourdie fu anche nominato membro dell’ordine dell’Impero britannico verso gli anni sessanta, periodo in cui l’antagonista di tale vicenda non era il PC, ma bensì la penna.
Nella pratica di realizzazione di un carattere, lui scoraggia inizialmente il disegnare le lettere spingendo più sull’esercizio di rappresentazione di semplici tratti, cerchi, etc, poi passa agli esercizi sulle lettere orarie come, la m, n, h, k, b, p ed r, poi a quelle antiorarie che sarebbero tutte le restanti, mentre i nomi propri sono l’elemento migliore per lavorare con tutte le lettere contemporaneamente, senza dimenticare l’importanza delle t per unire i caratteri in fondo e le r per unire le lettere in cima come, tea, rope, etc.
L’esercizio più importante risulta essere invece l’inserimento delle n tra le coppie di lettere uguali, come, ana, dnd, bnb, etc, mentre i versi adoperati per l’esercitazione finale sono rappresentati con un grazioso corsivo, e sono, one, two, three, four, etc.
Questa era una pratica che ogni bambino dell’epoca riceveva come regalo, infatti parliamo proprio del famoso kit o set John Bull (fig. 138), praticamente un set tipografico per bambini.
Questi set variavano da quello originale più compatto e non numerato, al 155, praticamente con numeri più grandi che includevano anche timbri di gomma.
Le istruzioni per l’Outfit n.4 spiegava in modo dettagliato e semplice come diventare pratici nell’assemblare testi e caratteri, praticamente si apprendeva in modo semplice come diventare dei piccoli Caxton.

136 Mairon Richardson

137 Tom Gourdie

138 Kit John Bull per bambini

Questo era un magnifico prodotto inglese, praticamente un emblema dell’epoca.
Il Printing Outfit si rivelò un prodotto perfetto per il periodo a cavallo tra le due guerre, sostenendo sia l’industria della gomma e dei giocattoli, inoltre i da un lato vi erano i genitori che lo amavano dall’altra i bambini che lo adoperavano per creare parole, inoltre fu un prodotto che si estese a macchia d’olio, infatti quasi tutto il ceto medio lo possedeva.
Incredibile fu quello che realizzò John Gillett (fig. 139), praticamente nel 2004, organizzò uno spettacolo intitolato John Bull War and Peace al Bracknell Gallery nel Berkshire, dove proiettò un video di se stesso mentre riproduceva Tolstoj a colpi di pinzetta, con questo lui dimostrò anche senza aver stampato l’intero libro, l’importanza della tempistica di realizzazione.
Ancora più utile fu la striscia Dymo (fig. 140) creata in America, praticamente questo strumento non faceva altro che creare delle fasce di plastica da applicare sui propri averi in modo da distinguerli dagli altri.
Questa apri nel 1958 e all’inizio offriva solo un unico carattere, il Dymo Roman (fig. 141), e la varietà era garantita da fasce di diverso colore, anche se il mondo della stampa personale cambiò radicalmente con il Letraset (fig. 142), che non venne adoperato solo per scrivere inviti o semplicemente giocattoli per bambini, ma venne anche utilizzato nell’ambito della progettazione grafica.
Questa offrì alle persone comuni la possibilità di poter scegliere un carattere comodamente sulla propria poltrona, e disponendo anche di una vasta gamma di caratteri, permise anche l’introduzione di nuove parole nel linguaggio degli esperti del settore, parole come, Optex, InterCity, Premier Shaded, Octopus, Stack, etc.
Inoltre il Letraset diede vita anche ai famosi desktop publishing, inoltre divenne oggetto per la creazione di molti giornalini studenteschi verso la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta anticipando il processo di liberazione.
La società fondata da Dai Davies, nasce nel 1959 e nel 1961 si trovò il modo per liberare la lettera dalle limitazioni dell’indistria della fotocomposizione e rilievografia, di conseguenza insegnanti, responsabili dei sistemi informativi, disegnatori di manifesti e riviste non dovevano più muoversi e recarsi dal tipografo per riempire di testo le proprie pagine vuote e di conseguenza si diventava tecnici stando ore ed ore a trasferire caratteri sui fogli. Tale tecnica, cioè questo processo di decalcomania a secco che consisteva nel trasferire le lettere dal foglio di plastica adesivo su quello definitivo evitando grinze, era un metodo molto semplice e lo si imparava con un po di pazienza.
Inizialmente fu considerato una cosa da niente da parte dei professionisti del settore, successivamente iniziò ad essere temuto, inoltre vi furono anche altre proposte analoghe, come i francesi della fonderia Deberny & Peignot che idearono il Typophane, lettere adesive dei loro caratteri più famosi su un supporto di pellicola.
Comunque il Letraset aveva introdotto la progettazione grafica all’interno di ogni casa e ufficio.
A distanza di due decenni, alcuni creatori di maschere Letraset ricordarono la propria esperienza in un opuscolo pubblicato dalla St Bride Library con l’ITC di New York, affermando di aver dato vita a strumenti speciali fatti di bastoncini di legno, scotch e lamette per ritagliare fogli di lettere dalla pellicola protettiva Ulano, speigando quando fosse complessa come operazione, inoltre un bravo creatore di maschere faceva in modo che le lettere sembrassero incise con un unico tratto.
Questo processo richiedeva sei settimane per un alfabeto completo, prima di essere degni di una produzione fotografica.
Freda Sack ricorda di aver fatto un tirocinio di ben due anni, e dopo ha impiegato due giorni per ritagliare del suo elaborato Masquerade.

139 John Gillett

140 Striscia Dymo

141 Font Dymo Roman

142 Letraset

Il Letraset non fu solo una manna dal cielo per i grafici, ma fu anche qualcosa di molto bello per i caratteri da stampa, ma la consacrazione definitiva arrivò quando i creatori mondiali di caratteri tradizionali come, Hermann e Gudrun Zapf (Palatino (fig. 7 dell’articolo “I Font, breve introduzione“), Optima (fig. 119 dell’articolo “Il font Frutiger“), Zapfino (fig. 143), Diotima (fig. 144), Zapf Dingbats (fig. 145)), Herb Lubalin (Eros, Fact) e Aaron Burns (cofondatore della fonderia ITC) si recarono nella sede centrale della Letraset ad Ashford nel Kent per rendere i loro omaggi all’azienda.
Si prospettava un futuro dove non bisognava più sporcarsi le mani di inchiostro, inoltre l’azienda si assicurò i diritti su circa sessanta caratteri, l’Helvetica si affermò nei primi anni sessanta e successivamente si defilarono anche il Garamond (fig. 78 dell’articolo “”), il Times Bold (fig. 146), il Futura (fig. 36 dell’articolo “Uso corretto dei font“), il Caslon (fig. 12 dell’articolo “I Font, breve introduzione“) e il Plantin (fig. 147).
La Letraset assunse anche nuovi personale che realizzasse nuovi caratteri, e nel 1973 organizzò l’International Typeface Design Competition dove parteciparono circa duemilacinquecento persone, con un premio di mille sterline. In questa occasione furono selezionati circa diciassette caratteri che vennero messi in produzione, e si basavano su scritture tradizionali con nomi some il Magnificat (fig. 148) e Le Griffe (fig. 149).
Più tardi, nel 1961 comparve l’IBM Selectric Typewriter è modificò l’aspetto sia dei documenti professionali sia delle scrivanie.
Il segreto di questa innovazione risiedeva nella Golfball e nella Typeball (fig. 150), praticamente testine rotanti. La sfera metallica si poteva inserire e rimuovere dalla console centrale senza sporcarsi le mani di inchiostro, cosa che accadeva quando si sostituiva un nastro, inoltre l’IBM mise a disposizione una ventina di caratteri, abbastanza vari da poter introdurre il concetto di branding anche all’interno delle piccole società. Questa macchina non fu l’unica ad offrire la variante dei caratteri, però fu la prima a rendere il sistema di sostituzione di questi molto semplice.
Negli anni ottanta la Selectric domina ormai il mercato, e dopo questa invenzione, l’unica cosa che rimaneva era il computer, infatti questa macchina avrebbe reso obsoleto tutto quello che aveva avuto a che fare fino ad ora.
Infatti la stampa a mano e il Letraset non avevano più possibilità, e la calligrafia venne del tutto dimenticata, ora tutto quello di cui abbiamo bisogno lo si trova sui monitor a led o al plasma.

143 Font Zapfino

144 Font Diotima

145 Font Zapf Dingbats

146 Font Times Bold

147 Font Plantin

148 Font Magnificat

149 Font Le Griffe

150 Le testine rotanti

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