(F 27) Eco del passato

 Welcome
  • Benvenuto in giuseppepalumbo.org, il sito web dedicato interamente al profilo personale di Giuseppe Palumbo. All'interno del sito web potrai visionare una sezione dedicata al mio portfolio oltre ad una sezione di lavori realizzati nel tempo libero. Inoltre all'interno della piattaforma è presente una sezione blog dedicata ad argomenti legati al mondo della grafica, della fotografia e della tipografia.
author image by Giuseppe | 0 Comments | 7 April 2018

Nell’ufficio del Type Archive a South London, lavora Sue Sha dove siede davanti a teche di vetro che contengono stampe simili a quelle di Gutenberg usate per realizzare all’epoca la Bibbia, praticamente il Type Archive è un luogo magico dove si avverte l’eco del passato e si può rivivere la storia della scrittura, esso contiene più di ventitremila cassetti di punzoni e matrici in metallo, centinaia di caratteri, macchine piane da stampa, tastiere e fonditrici per comporre caratteri, oltre seicentomila modelli di rame per le lettere, praticamente un autentico museo che purtroppo è andato in pensione con l’avvento dei moderni computer.
Tutta la collezione arrivò nell’attuale locale verso la metà degli anni novanta, infatti per il trasloco ci vollero circa sette settimane, e tra i visitatori più recenti vi furono il realizzatori di Harry Potter in visita per trovare ispirazione dal passato per il film e un team di Google curiosi di conoscere un pezzo importante della storia.
In queste occasioni la Shaw ha rilasciato delle brochure, prodotti molto raffinati in rosso e nero, dove i testi erano composti in Caslon e Gill Sans con spaziatura veramente impeccabile con il tipico simbolo di paragrafo, cioè la P al contrario ad ogni capoverso.
Qui veniva raccontata l’intenzione di costituire al suo interno un luogo di formazione dove poter apprendere la creazione meccanica dei caratteri ad alti livelli, infatti nei manuali venivano descritti i processi di spianatura, stampaggio, punzonatura, levigatura, lucidatura, la tornitura e fresatura per matrici da 0,2, inoltre i consigli sugli strumenti da utilizzare, e relative verifiche della profondità dell’impressione dei caratteri adoperando una macchina per stampa micrometrica n.60, etc.
Inoltre all’interno dell’archivio si possono trovare anche i nomi di altri caratteri, in particolare negli archivi della Stephenson Blake, che aveva sede a Sheffield e a Londra.
Questa è stata la più antica fonderia di caratteri britannici, e nel periodo della sua massima produzione che va dal 1830 al 1970, arrivò ad acquistare matrici e punzoni in quantità superiori rispetto ad altre fonderie del tempo e producendo caratteri per tutto il mondo.
Questa applicava il metodo di fusione alla Gutenberg, un processo molto elaborato che rimase invariato nel corso di ben quattrocento anni, si ponevano ancora le matrici nello stampo dopo averle martellate, riempite con antimonio, piombo e stagno.
Poi nel 1845 il fonditore David Bruce di New York realizzò una fonditrice a stampo basculante cioè con asse oscillante dai movimenti analoghi che permetteva di produrre illimitate di caratteri, successivamente Linn Boyd Benton creò la punzonatrice pantografica, un apparecchio che incideva i punzoni d’acciaio per i caratteri in metallo adattata successivamente anche per il legno.
Poi nel 1886 con i sistemi Linotype (fig. 232) e successivamente nel 1897 con quello Monotype (fig. 233) si arrivò a produrre intere parole su carta in modo più efficiente, praticamente nel caso della Monotype le singole lettere venivano fuse dal metallo caldo, mentre per la Linotype venivano prodotte barre solide o righe contenenti più caratteri, di conseguenza la Linotype era anche più veloce da maneggiare però più difficile da correggere, trovando spazio soprattutto nella stampa di giornali.
Quindi dopo Gutenberg, questa fu la seconda evoluzione nel settore dei caratteri mobili ed anche l’ultima, visto che successivamente avremo lo sviluppo della fotocomposizione e della stampa laser, prima di giungere alle grandi innovazioni proposte dalla Silicon Valley.
Comunque sia la Linotype che la Monotype ebbero una grande crescita, e nel 1895 la Linotype venne pubblicata su un annuncio della rivista Black and White, smentendo le voci per cui si affermava che il sistema Linotype risultava essere il meno venduto negli Stati Uniti.
Comunque la cosa venne sfatata troppo tardi, perché ormai risultavano attivi più di un centinaio di ordini per Monotype, un numero destinato anche a crescere nei periodi a seguire.
La Monotype che aveva sede a Salfords nel Surrey ebbe un grande effetto sulla stampa, trasformando il volto della progettazione tipografica, infatti i clienti non si accontentarono più dei tipici caratteri come il Bodoni o il Garamond, infatti la Monotype aprì le danze a questa nuova scia, soprattutto dopo l’assunzione di Stanley Morison come consulente tipografico e la Beatrice Warde responsabile della pubblicità.

232 Linotype

233 Monotype

Dal 1923 Morison iniziò ad operare e il suo più grande contributo fu proprio nell’acquisto e nella commissione di nuovi disegni.
Oltre al Joanna (fig. 44 dell’articolo “Il font Gill Sans“), il Gill Sans (fig. 44 dell’articolo “Il font Gill Sans“), il Perpetua (fig. 44 dell’articolo “Il font Gill Sans“) di Eric Gill, vi fu anche l’Albertus (fig. 52 dell’articolo “Il font Albertus“), nuove versioni del Bell (fig. 234), del Walbaum (fig. 235), lo Spectrum (fig. 236), il Rockwell (fig. 237), senza dimenticare il Times New Roman (fig. 238) che ideò alla Monotype per il Times.
Grazie ai caratteri della Monotype il ventesimo secolo ebbe le sue forme d’espressione, tutto documentato dalla Monotype Recorder, Monotype Bulletin e Monotype Newsletter.
Per poter diventare monotipisti qualificati occorrevano circa sette anni, solo così si potevano acquisire le giuste conoscenze per le spaziature, le giustificazioni delle righe, etc, perfezione che manca ancora nei computer moderni.
La stessa Warde scrisse anche un saggio dal titolo “Recent Achivements in Bible Typography” per il Recorder, praticamente puntualizzava determinati aspetti tecnici, cercando di evitare ciò che era accaduto con la Bibbia di Christopher Barker del 1631, praticamente fu commesso un errore nel sesto comandamento che recitava, “Commettere atti impuri” e nel corso degli anni quaranta uscì anche un articolo relativo ai vecchi e nuovi metodi per imparare l’arte della lettura e utilità di alcuni caratteri.
Proprio su questo voglio soffermarmi, infatti tra questi vi furono l’Ehrhardt (fig. 239) realizzato nel 1938, vi fu anche l’Univers (fig. 40 dell’articolo “Uso corretto dei font“) e il Century Schoolbook (fig. 240).
Nel corso degli anni cinquanta venne annunciato la nascita del Monotype Dante (fig. 241), un carattere realizzato da un tipografo, Giovanni Mardersteig, per i tipografi, di certo non era uno qualunque, infatti era un colto redattore capace perfettamente di comprendere la differenza tra il disegnare e incidere un carattere.
Oltre al Dante vi furono altri realizzati in questo periodo storico, e per ogni tipo di occasione, comunque in questo periodo il destino del processo di realizzazione con metallo a caldo sembra andare incontro alla fine. Infatti si sentiva già parlare di una nuova tecnologia, la fotocomposizione.
Comunque quest’arte non risultava del tutto morta, ogni tanto il Type Museum chiamava a se qualche monotipista mettendo in mostra la propria arte nell’adoperare queste macchine al fine di convincere i finanziatori all’acquisto.
E comunque l’arte della Kelmscott Press, della Golden Cockerel Press e della Doves Press non è andata del tutto persa, senza contare le altrettante tipografie sparse in Inghilterra, Europa e Stati Uniti, tra queste possiamo ricordare la più giovane, White’s Books che nel 2010 aveva solo otto titoli nel suo catalogo tra cui, Shakespeare, Conan Doyle, Dicknes, etc.
Oltre ai classici della White’s ve ne sono altri realizzate anche da altre aziende, dove oltre ai copyright e il nome della tipografia, può scoprire anche la scelta e l’uso dei caratteri.
Per quando riguarda i classici della White’s, Pearson ha scelto il Monotype Haarlemmer (fig. 242), componendolo in 11 su 15, praticamente corpo del testo 11 su interlinea 15, mentre il font è una interpretazione in chiave moderna del serif creato da Jan van Krimpen nel corso degli anni trenta.
Come carattere mostra una notevole altezza della x conferendoli un aspetto nitido e leggero, il trucco sta proprio nell’ottenere una bella consistenza uniforme, senza enormi spazi bianchi e vuoti, inoltre bisogna evitare righini antiestetici ed eccessivi spazi bianchi e usare il minor numero di sillabazioni e linee.
Lo stesso Pearson continua il discorso affermando che avrebbe voluto utilizzare il Monotype Dante per la White’s Books con tecnologia a metallo caldo, con testo 10 su 13, che secondo lui risulta essere insuperabile, anche se l’esperienza avuta con il progetto Great Ideas della Penguin gli ha dimostrato che la versione in digitale non potrà mai essere così elegante.
Un’altra peculiarità fondamentale e rara, è la presenza della prima parola anticipata sulla pagina successiva, un elemento che tende a semplificare il processo di lettura veloce, un semplice ornamento che dimostra accuratezza conferendo preziosità al libro.

234 Font Bell

235 Font Walbaum

236 Font Spectrum

237 Font Rockwell

238 Font Times New Roman

239 Font Ehrhardt

240 Font Century Schoolbook

241 Font Monotype Dante

242 Font Monotype Haarlemmer

0

Your email is never published nor shared. Required fields are marked *

Captcha code *Captcha loading...

Recent Articles

Who is online

Profile picture of Giuseppe

Calendar

November 2018
M T W T F S S
« Oct    
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
2627282930  
error: Content is protected !!