(D 16) La fotografia nel visual design

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author image by Giuseppe | 0 Comments | 20 August 2018

Un ruolo importante nell’ambito del visual design risiede anche nella fotografia, una tecnologia che da centocinquant’anni riproduce qualsiasi tipo di linguaggio, sia scritto che disegnato.

Anche se questa idea di riprodurre in modo automatico, cioè matrici, era nata già un secolo prima di questa, precisamente nel settecento, mediante l’uso di una carta sensibile alla luce del sole, che esposta dopo averla messa a contatto con il disegno permetteva la sua riproduzione.

Successivamente apparvero i rpimi tentativi con i clichè verre, dove il disegno era realizzato su una lastra trasparente e adoperata come lastra o matrice accostata a carte preparate per l’esposizione alla luce solare.

Il primo, che nell’arco della storia fotografica realizzò la prima foto, fu Nicèphore Nièpce nel 1826 (fig. 105 e 106), ma la storia sembra trascurare un’altra parte fondamentale, cioè quella relativa all’uso del mezzo per riprodurre immagini in serie, la cui ragione di tale richiesta ricade sull’aspetto economico. Importante sarà anche l’istituzione della camera da fotoincisione, una sorta di macchina fotografica che fissata al suolo permetteva di realizzare scatti di immagini piatte posizionate davanti e in formato più grande rispetto ad un banco ottico.

105 Nicèphore Nièpce

106 Foto di Nièpce del 1826

Il retino ottenuto era adoperato non per stampare foto ma per realizzare clichè tipografici, mediante un filtro che scomponeva le sfumature in puntini, praticamente il tipico retino, il cui trattamento è come una stampa. Comunque prima dell’avvento dei moderni processi digitali a computer, la rappresentazione e riproduzione grafica era affidata alla fotografia. In passato le pagine stesse dei quotidiani erano soggetti a procedimenti di produzione dove i caratteri di piombo erano separati da fascette bianche, ma grazie allo sviluppo tecnologico e alle manipolazioni dei processi fotografici, queste si sono liberate dalle rigide regole rinascimentali del piombo. Successivamente nel corso degli anni sessanta si affermò la reprocamera (fig. 107), una macchina verticale adopeata per riprodurre disegni, testi, etc, simili alle macchine da fotoincisione, anche se più snella negli usi, e le famose separazioni dei timbri coloristici come la famosa rappresentazione di Marilyn Monroe di  Warhol (fig. 108), furono realizzate con la reprocamera Kodalith (fig. 109), una pellicola ad alto contrasto progettata proprio per la grafica da Kodak.

107 Reprocamera

108 Marilyn Monroe di Warhol

109 Kodalith

Nell’arco del Novecento vennero messi in commercio diversi apparecchi che trasformavano il negativo in matrice inchiostrabile in modo da poter realizzare o stampare il proprio lavoro attrezzando un piccolo laboratorio di sviluppo in casa, anche se questa soluzione non ebbe un gran successo per due motivi, una era la parte economica, e l’altra era la considerazione della foto vista come elemento artistico ed evocativo. In questo settore produttivo, chi comprese meglio le potenzialità comunicative di tale realtà , furono i fotoreporter, inoltre questa fu la fortuna delle riviste del Novecento come Camera Work, Harper’s Bazaar, Time, etc, dove la foto divenne il contenuto delle loro testate. In questa direzione dobbiamo guardare con interesse alle realizzazioni di Brodovitch (fig. 110), praticamente attraverso il ritratto brillante e la foto di moda comprese come elevare la progettazione fotografica senza ridurla a semplice illustrazione. Importante fu lo scatto che realizzò per la rivista Harper’s Bazaar (fig. 111) pensando in principio ad uno scatto per il taglio della carta , inoltre lui fa cadere il ginocchio piegato proprio al centro delle due pagine in modo da far sembrare che la gamba si piega seguendo l’andamento della sfogliata.

110 Alexey Brodovitch

111 Harper's Bazaar, foto di Brodovitch

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