La leggibilità

Parlando proprio di leggibilità, possiamo dire che i caratteri con le grazie, al di la del loro successo storico, si dimostrano utili per la lettura di testi lunghi per via delle loro caratteristiche unitarie tra un carattere e l’altro.
Comunque con l’affermazione dei lineari negli ultimi cinquant’anni, ha permesso di estendere questi limiti di leggibilità verso nuovi soluzioni, infatti il design di caratteri recenti come il Thesis (fig. 01) di Lucas De Groot del 1963 sembra portare via questa estrema differenze esistenziale tra i lineari e quelli con le grazie.
Addentrandoci nel problema, la scelta del carattere relativo al fattore di leggibilità, risulta essere solo uno dei molti problemi che si possono presentare, anzi potrebbe anche passare in secondo piano, ma insieme alle caratteristiche tipiche di un font come lo spessore delle linee, il peso dei neri, il corpo dell’occhiello, etc, vi sono anche altri fattori, come la riga, i bianchi dell’interlinea, la qualità del supporto, l’illuminazione, etc.
Infatti se stampiamo il font su una carta da fotocopie tipiche delle stampanti laser, e proviamo a stampare lo stesso carattere in tipografia su carta editoriale, noteremo dei risultati qualitativi diversi, come il peso dei neri, i contrasti, etc.

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Infatti se stampiamo il font su una carta da fotocopie tipiche delle stampanti laser, e proviamo a stampare lo stesso carattere in tipografia su carta editoriale, noteremo dei risultati qualitativi diversi, come il peso dei neri, i contrasti, etc.
Ogni carattere richiede una propria impaginazione per via della forma e della sua funzione, che secondo le tradizioni si basano su un discorso legato al nostro sistema percettivo, per esempio il rientro in prima riga che esalta il capoverso evitando che la pagina sembri un’enorme parete insormontabile, regola che si lega alla nostra capacità visiva di captare variazioni e regolarità.
Stessa cosa per i neretti, i corsivi, le gerarchie dettate dalle dimensioni dei corpi, etc, intervengono nei meccanismi relativi ai contrasti e ai contorni, invece il corsivo si lega non tanto al contrasto ma sull’orientamento, così come anche la lunghezza delle righe tenendo conto che il nostro occhio permette di racchiudere un certo numero di elementi entro un arco di circa dieci gradi, arco che si restringe ulteriormente a circa due gradi durante la lettura.
Quindi una riga non deve di norma superare le ottanta battute, perché se superiamo questa soglia allora saremo obbligati a muovere la testa e inoltre renderebbe più faticosa la percezione del testo posto sulla riga seguente, quindi la costruzione di una pagina è il frutto di ricerche e soluzioni storiche.
Bisogna sapere che in passato non si sapeva neanche cosa fosse lo spazio tra le parole, stessa cosa per gli indici numerici, inoltre i margini erano molto ampi, perché tutto intorno venivano poste le relative decorazioni, note e glossari, elementi che saranno ridimensionati solo con l’uscita dei libri tascabili di massa.
Queste sono convenzioni fondamentali perché ci aiutano a capire come agire o quali scelte fare nella progettazione visiva, per esempio il numero di pagina all’interno di un romanzo è inutile, perché chi pratica questo genere di lettura raramente ricorda a quale pagina fosse giunto, piuttosto ci applicherà un segnalibro, quindi li numero di pagina può tornarci utile quando dobbiamo realizzare del testo ben strutturato e pieno di indici analitici.
Comunque se eliminiamo il numero di pagina in un romanzo, questo sembra essere privo di un inizio e di una fine, come se ci perdessimo al suo interno, quindi il numero risulterà posto li da qualche parte, scelta dettata più da un esigenza psicologica che tecnica, cosa diversa nei supporti digitali dove la mancanza di questo elemento non risulta essere poi così importante o strana.
Un ruolo centrale in tutto questo lo ebbe la Bibbia, strumento non di lettura ma indicativo o di consultazione, dove si poteva passare da un punto all’altro del libro senza vincoli e in modo molto libero, saltando da un capitolo all’altro, cosa che invece sarebbe stata molto più faticosa attraverso l’uso del tipico rotolo di carta, perché avremmo dovuto srotolare diversi fogli di carta per giungere al capitolo di interesse.
Oggi con l’evoluzione della tecnologia e del web, vedrebbero il libro ormai nelle vesti di un anziano in pensione, ottica contrastante invece con i lettori doc, e comunque nel web la lettura sembra essere ottima per consultazioni a modi dizionario, e meno consigliata invece per lo studio di testi lunghi, quindi per farla breve, non si tratta di una guerra tra tradizione e modernismo, ma diventa sempre più vera la questione di una lettura distribuita su molteplici supporti.

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