L’importanza dei caratteri

Con l’avvento del personal computer quella che una volta era una pratica o professione in mano a gente o attività specializzate, oggi si è trasformata in una pratica di uso comune e quotidiano, parlo proprio dell’uso e importanza dei caratteri nella pratica dei testi.
Infatti oggi tale pratica attraverso il mezzo tecnologico non pone attenzioni tecniche su quale possa essere il carattere più o meno leggibile, cosa che sembra ancora riguardare gli esperti del settore, cose come la qualità della leggibilità e caratteristiche affidate ad uno o ad un altro carattere.
Se per esempio prendiamo in mano un comune quotidiano, noteremo le maiuscole tipiche del Trajan (fig. 01), un carattere molto familiare per noi, visto che ci è stato tramandato ed adoperato per oltre duemila anni.
A questo carattere romano si sono ispirati anche altri importanti personaggi potenti, come Carlo Magno e Federico II, che riproposero il carattere eliminando le grazie, cioè quei tipici elementi allungati e ortogonali posti alla fine dei bastioni o aste, un elemento o tratto unico e distintivo dei testi imperiali.
Inoltre molti artisti e calligrafi hanno cercato nel corso degli anni di misurare e rilevare questo carattere, cercando in questi una regola di costruzione tipica del processo industriale, cosa che invece differisce dal metodo artigianale e artistico dell’antichità, infatti questa essendo stata realizzata a mano, prevedeva più segni per ogni lettera ed altra grande caratteristica, fu il fatto che venne realizzata per essere letta in spazi aperti e quindi pubblici, dove era soggetta ai continui cambiamenti della luce, comunque nonostante i suoi anni, questo carattere continua ad avere un grande fascino.
Comunque i cambiamenti furono all’ordine del giorno, infatti con l’avvento della stampa nel quattrocento, la scrittura si fossilizzò su strutture e layout simili ad un libro digitale dei nostri tempi, ed il primo libro, cioè la Sacra Bibbia di Gutenberg (fig. 02), fu scritta con un carattere gotico tipico delle zone di Magonza, anche se la massima diffusione tipografica si ebbe in Italia, dove gli allievi di Gutenberg, Sweynheym e Pannartz, diedero vita alla stamperia presso Subiaco nel 1464, che adoperarono caratteri a cui erano favorevoli gli occhi italiani.
Altra parentesi fondamentale in questo contesto storico, fu quello di Petrarca (fig. 03), che scoprì le lettere di Cicerone ad Attico (fig. 04), trovandosi tra le mani una copia carolingia, mettendosi d’impegno nel convertire la propria mano a questo stile scritto.
Inoltre gli stessi allievi di Gutenberg mostrarono nel corso della loro esperienza italiana questo cambiamento, infatti se ci rapportiamo ai loro primi manufatti stampati vedremo l’uso di un carattere che tenta di avvicinarsi a quello carolino ma dal tratto ancora gotico, invece più avanti le loro forme iniziarono ad apparire più morbide giungendo ad uno stile più umanistico.
A questi modelli si ispirarono anche altri grandi tipografi, come Manuzio (fig. 05) con i suoi caratteri che definirono uno stile europeo e lo stesso Claude Garamond (fig. 06), grande tipografo che si ispirerà allo stesso Manuzio nella creazioni di caratteri nel corso del Cinquecento.
Se lo stile di Manuzio trova la sua identità in uno stile più fedele all’effetto della penna su carta bagnata, più tardi vi sarà lo stile romano dei caratteri dell’inglese John Baskerville se ne libererà, questo lo notiamo per esempio nella lettera “a”, perché in Manuzio questa mostra il cappio più alto, tipico dell’effetto della penna quando poggia sulla carta, invece quella di Baskerville mostra nella parte alta una forma a goccia, che sarebbe impossibile ottenere con la penna.
Più tardi si giungerà ai caratteri Ottocenteschi dalle grazie sottili e affilate, come quelli di Giambattista Bodoni (fig. 07) e Firmin Didot (fig. 08).

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Mentre i caratteri tradizionali avevano un aspetto morbido tipico dell’emanuense, invece i moderni sembravano realizzati da architetti, che divennero i caratteri tipici dei libri dal profilo alto, e diventando l’Upper class del lettering come nella testata di Vogue (fig. 09), mostrando grazie sottili e filiformi.
Altra grande rivoluzione tipografica fu la nascita dei quotidiani di massa, le cui rotative avevano bisogno di caratteri molto robusti, vista la loro aggressività come macchine a vapore, e nel 1814 in Inghilterra si stamparono centoventicinque fogli in un’ora, un grande salto in avanti rispetto al vecchio torchio di Bodoni, e nel 1851 si giunse persino a produrre circa diciottomila fogli.
Verso la fine del 1920 i rappresentanti del Times di Londra, commissionarono a Morison, all’epoca consulente tipografico per conto della Monotype, un nuovo carattere per il quotidiano, lui darà vita ad un carattere elegante e molto resistente nei confronti delle rotative il cui modello di partenza fu il Plantin (fig. 10), carattere realizzato da Monotype, e puntando la propria bussola verso il Garamond (fig. 11) ed anche una piccola sbirciatina verso il Baskerville (fig. 12) e ai caratteri dell’Ottocento, inoltre si lavorò molto sul disegno e sulla messa a punto della lega metallica, alla fine nacque finalmente il Times (fig. 13), dando vita ad uno standard per tutti i quotidiani, inoltre il giornale inglese per mantenere alto il suo prestigio puntò sempre a modernizzare il carattere, giungendo al suo ultimo restyling con il Times Classic nel 2002.

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Comunque con l’avvento successivo della Rivoluzione Industriale nel XIX secolo, vi furono dei cambiamenti nella società e di conseguenza cambiarono anche i caratteri, infatti ogni prodotto aveva bisogno di testi propri, quindi relazionarsi ad una progettazione per i packaging, scatole per saponi, alimenti, manifesti, etc, quindi si avvertì il bisogno di caratteri dall’aspetto imponente, in alcuni casi le grazie si fecero più robuste e marcate, in altri vennero completamente rimosse generando caratteri il cui uso divenne di grande successo, i famosi Lineari.
Questi caratteri furono definiti una sorta di semplificazione strutturale e negli Stati Uniti ebbero meno vincoli di tipo ideologico, rapportandosi principalmente con le richieste di mercato e della comunicazione concrete, che portarono ad interessanti soluzioni formali, per esempio il News Gothic (fig. 14) di Morris Fuller Benton, anche se il lineare per eccellenza fu l’inglese Gill Sans (fig. 15) nato dalla mano di Eric Gill, scultore e incisore.
Questo è un sans serif che divenne un vero è proprio sinonimo della cultura inglese e in particolare della Londra dell’epoca, mostrando anche molte affinità con il carattere disegnato da Edward Johnston per la linea di trasporti londinese, calligrafo con cui lavorò.
Altro processo di semplificazione del carattere venne attuato dalla scuola tedesca della Bahuaus, come l’abolizione delle lettere maiuscole, che fu subito etichettata come grafica o sinonimo d’avanguardia, generando un gusto che è adoperato ancora oggi, un esempio pratico è il logo di Facebook (fig. 16), il perfetto opposto invece di Chanel (fig. 17), che è scritto completamente in maiuscolo.
Di grande successo sarà nel corso degli anni Sessanta, l’Helvetica (fig. 18), un restyling di un carattere ottocentesco, infatti quando parliamo o vediamo questo carattere all’opera nell’ambito della grafica e del visual design è definito o considerato fondamentale, praticamente non se ne può fare a meno.
Quindi un progetto o un brand realizzato con l’Helvetica o il Bodoni, risultano essere fortemente apprezzati e fanno subito design, nel senso più moderno del termine, inoltre molti li definiscono indispensabili, dando più voce ad un gusto, piuttosto che ad un discorso percettivo e storico.

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