(HI 115) Tecniche e materiali nella fotografia 115

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author image by Giuseppe | 0 Comments | 12 May 2018

La fotografia non è semplicmente ciò che noi vediamo attraverso un’immagine, ma alle sue spalle vi è un mondo fatto di complessi procedimenti che nel tempo hanno portato la fotografia ad essere quello che è.
Infatti l’immagine viene realizzata attraverso l’azione della luce mediante sostanze fotosensibili, e come qualsiasi altra cosa, questa invecchia e nel tempo si rovina, inoltre dietro l’immagine si nasconde una serie di lavorazioni e materiali che hanno permesso a molti fotografi di personalizzare la propria tecnica artistica.
In principio si voleva riprodurre la realtà in positivo così come noi la percepiamo, cosa che sembra facile a parole ma tecnicamente non lo era per i processi chimici della luce.
Dalla metà dell’Ottocento si affermarono tecniche come il dagherrotipo, il ferrotipo e l’ambrotipo.
Il primo riguarda l’invenzione dell’artista francese Louis Daguerre (fig. 1547) nel 1839, che diede vita ad una miscela di mercurio e argento posta su una lastra di rame, e in base all’inclinazione della luce permetteva all’immagine di fissarsi sul supporto cartaceo mediante un gioco tra positivo e negativo, inoltre era un’opera talmente delicata che bisognava confezionalra permettendo all’immagine di avere una lunga durata.
Invece il ferrotipo del 1851, invenzione del fotografo britannico Frederick Archer Scott (fig. 1548) e l’ambrotipo del 1853 messo a punto dallo stesso, erano immagini realizzaate mediante processi simili al collodio reso sensibile con il nitrato d’argento e caratterizzati dalla particolarità del supporto, vetro o metallo, inoltre questi procedimenti non permettevano una presa diretta dell’immagine in positivo, praticamente per ottenerla dovevano adoperare l’immagine in negativo applicata su uno sfondo scuro (fig. 1549).
Comunque la svolta avverrà grazie ad William Henry Fox Talbot (fig. 1550) perché in modo più semplice riuscirà ad ottenere immagini dal negativo, il calotipo nel 1841, che successivamente può essere stampato su carta, carta salata nel 1833, ottenendo il positivo dell’immagine.

1547 Louis Daguerre

1548 Frederick Archer Scott

1549 Esempio di Ambrotipo

1550 William Henry Fox Talbot

Infatti mediante il sale da cucina definito clorulo di sodio posto sopra al foglio di carta insieme al nitrato d’argento ed esposto alla luce, diventava nero, poi Talbot giocava su questi ponendo alcuni oggetti come, foglie, fiori, etc, e ciò che ne veniva fuori era la sua sagoma chiara (fig. 1551), poi bisognava fermare il processo di esposizione per evitare che anche altre parti del foglio potessero annerire, quindi questa operazione di fissaggio, veniva effettuata sempre mediante il clorulo di sodio oppure con iposolfito di sodio, cioé sale di sodio, dove il sodio è un materiale argenteo o metallo soffice e reattivo che si ossida a contatto con l’aria ma reaggisce in modo violento all’acqua e brucia come una fiamma gialla.
Seguendo questo procedimento Talbot pose un foglio imbevuto all’interno della camera oscura, riuscendo ad ottenere un’immagine negativa che poi veniva cerata per renderla più chiara, poi il negativo veniva posto a contatto con un’altro foglio imbevuto, come nell’esempio precedente del fiore e della foglia, ed esposto sotto la luce del sole riuscendo ad ottenere un positivo.
Dopo i tentativi di Talbot seguiranno altre sperimentazioni sui materiali come, le lastre di collodio del 1851, lastre alla gelatina del 1871, pellicole plastiche in nitrato del 1889, acetato del 1934, il poliestere nel 1955, quidi un susseguirsi di evoluzioni, inoltre saranno proprio i materiali plastici a determinare l’ingresso delle pellicole e dei rullini fotografici.
Più tardi verso il 1850 saranno anche migliorate le carte fotografiche grazie all’opera del francese Louis Blanquart-Evrard (fig. 1552) grazie all’introduzione dell’albume d’uovo.

1551 Sagoma chiara della foglia

1552 Louis Désiré Blanquart-Evrard

Questo permise di ottenere carte più brillanti ed immagini anche più definite e comunque tutti i processi elencati in precedenza fanno fede a reazioni fotochimiche basate sui sali d’argento, cosa che è presente anche in quasi tutti i processi di produzione moderna in bianco e nero.
Comunque questi processi costringevano il fotografo a doversi preparare le proprie lastre e carte per la stampa.
In alternativa all’argento vennero utilizzati i sali ferrici o di platino, la cianotipia del 1842 o platinotipia del 1873, procedimenti che permettevano di realizzare immagini molto particolari, dove nel primo caso erano caratterizzate dall’azzurro intenso, mentre nel secondo caso da effetti nere-violacee.
Poi vi furono anche altre sperimentazioni come i bicromati alcalini che risultavano essere materiali fortemente fotosensibili, infatti nel 1855 Alphonse Poitevin (fig. 1553) aggiunse un pigmento a un colloide, tipo gelatina o gomma arabica, con tracce di bicromato, dando vita a processi, mediante la gomma bicromata e il carbone, dove l’immagine non prendeva più forma mediante l’annerimento della superficie attraverso la luce, ma mediante l’indurimento sia prima che dopo l’idrofobia, cioé processo chimico che prevede la respinsione dell’acqua da parte di alcune specie di molecole, dei collodi, praticamente una tecnica che sembra tende più all’incisione che alla fotografia.
Inoltre l’introduzione di questo metodo permise di realizzare immagini stabili nel tempo e colorate, ma per colorate, intendiamo la fotografia stampata e non l’immagine a colori.

1553 Alphonse Poitevin

Comunque la fotografia tra il 1880 e il 1890 ebbe una grande diffusione, inoltre l’industria intuì la possibilità che questo mercato potesse diventare un settore molto ricco dove la spinta si ebbe con l’ingresso di materiali semplici da usare e alla portata di tutti.
Nel 1884 l’azienda statunitense di Rochester, New York, la Kodak, creata da George Eastman (fig. 1554, 1555 e 1556) diede vita al pratico rullino plastico fotografico liberando il fotografo dalle pesanti lastre di vetro, inoltre anche le carte vennero migliorate, infatti furono laminate con uno strato di barite che permetteva alle immagine di essere più nitide e resistenti nel tempo.
Cambiarono anche le metodologie di stampa, infatti le carte all’albumina dovevano entrare a contatto con il negativo ed esposte al sole per l’annerimento per poter essere stampate e lo stampatore che seguiva la prassi, dopo aver verificato lo stato di annerimento, passava al bagno di fissaggio dell’immagine.
Vantaggioso fu anche l’introduzione della luce elettrica e non più a gas che permise di velocizzare la procedura di produzione, favorito anche dalla carta alla gelatina bromuro presensibilizzata che richiedeva tempi più brevi di sviluppo mediante esposizione e poi messe a bagno per renderle visibili.
Comunque la gelatina, legante combinato con i sali d’argento per la preparazione di carte e negativi, sarà il materiale per eccellenza utilizzato nel corso del Novecento e molto vantaggioso sarà anche l’introduzione delle autocromie (fig. 1557) da parte dei fratelli Lumiere (fig. 1558), già famosi per aver inventato il cinematografo(fig. 1559).

1554 George Eastman

1555 Il logo Kodak

1556 L'edificio Kodak

1557 Autocromie

1558 I fratelli Lumiere

1559 Il Cinematografo

Le autocromie era un procedimento che adoperava lastre di vetro trasparenti utilizzate come diapositive, inoltre le immagini erano a colori anche se come procedimento risulterà essere molto lontano dalle attuali fotografie a colori.
Quindi il Novecento sarà un secolo che porterà grandi innovazioni, ed in questo clima dove tutto venne semplificato, la vera differenza era riposta nell’agire capace dell’artista, cosa che fu soprattutto visibile nelle nuove leve d’avanguardie come i futuristi, un movimento che poneva in primo piano il dinamismo estetico e la modernità della tecnica in contrasto con l’arte tradizionale, il dadaismo, che incarnava la sua politica antibellica attraverso un rifiuto degli standard artistici e infine il surrealismo, un movimento basato sugli automatismi psichici, ovvero quel processo in cui l’inconscio, quella parte di noi che emerge durante i sogni, emerge anche quando siamo svegli e ci permette di associare libere parole, pensieri e immagini senza freni inibitori e scopi preordinati.
Con queste avanguardie i materiali rimangono invariati e ciò che cambia sarà il modo in cui verranno lavorate, tra i primi ricordiamo il fotocollage, nolto utilizzato dagli artisti, e prevedeva il ritaglio di immagini fotografiche abbinate ad altri materiali con ritagli di riviste o scritte a inchiostro, poi il tutto viene rifotografato dando vita ad un negativo da cui sarà stampata l’opera finale, e i migliori risultati ottenuti attraverso questa tecnica saranno proprio quelle di John Heartfield (fig. 1560 e 1561).

1560 John Heartfield

1561 Fotocollage, Early, 1920

Altra tecnica molto in uso fu quella della stampa multipla che prevedeva la stampa di più negativi sullo stesso foglio di carta fotografica, ed era una tecnica dove il tutto avveniva in camera oscura senza l’aggiunta di altri elementi non fotografici.
Vi furono anche altri artisti che cercarono di spingersi ancora oltre, lavorando senza macchina fotografica e senza negativo, a tal proposito va ricordato il metodo del fotogramma, definita anche schadografia o rayografia, terminologie che derivano dai nomi dei loro inventori, i pittori Christian Schad (fig. 1562) e Man Ray (fig. 1563 e 1564).
Questa tecnica prevedeva l’uso di materiali opachi o semitrasparenti come carte, pizzi, etc, che venivano appoggiati e illuminati su carta fotografica dando vita alla loro sagoma.
Altra tecnica rivoluzionaria sarà quella della solarizzazione, che poteva essere eseguita sia su negativo che su stampa.
Qui il materiale viene esposto in modo parziale e fissato in un secondo momento attraverso l’esposizione sotto una fonte luminosa uniforme, dando vita ad immagini con una parziale inversione di toni, mentre i contorni sono evidenziati da bordi scuri, lo stesso Man Ray ne farà uso per la realizzazione di diversi ritratti (fig. 1565).
Un’altro metodo sarà il chimigramma, praticamente prevede l’uso di carta fotografica che deve essere esposta più volte fino a risultare bruciata provocando delle alterazioni nei sali d’argento, che poi sarà sottoposta a delle colature di rivelatore creano toni inaspettati, tipo ruggine, rosate o bluastre.
Anche con la Polaroid vi saranno tentativi di manipolazioni, come la Polaroid trasferita, che comporta il distacco della pellicola con l’immagine dal supporto originale e poi posta su un nuovo supporto, in questo va ricordato il regista, pittore e fotografo Paolo Gioli (fig. 1567 e 1568) che trasferiva le sue immagini su fogli di cotone o su sottili garze di seta su cui interviene inserendo il colore o residui chimici del trattamento.
Comunque sono state molte le sperimentazioni avute in questo senso e molti usano definire questo genere di elaborazioni mixed media, perché prevede la combinazione di più discipline artistiche come la pittura, la fotografia, materiali e sostanze varie, e comunque ormai vennero edificati dei ponti che permisero il collegamento tra queste discipline, cosa che in passato venne rigidamente ignorata mediante rigidi inquadramenti settoriali.

1562 Christian Schad

1563 Man Ray

1564 Rayografia 3

1565 Ritratto di Lee Miller, New York, 1930

1567 Paolo Gioli

1564 Rayografia 31568 Omaggio impuro a Bayard, 1983 dalla serie corps, polaroid trasferita

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