(F 29) Uno strappo alle regole

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author image by Giuseppe | 0 Comments | 7 April 2018

In ogni cosa esistono delle regole, per esempio come le regole create per un quieto vivere civile, oppure regole create per una pratica sportiva, etc, così anche nel caso dei caratteri esistono delle regole che governano questo settore.
I veri artisti sanno cosa va e cosa non va quando si progetta un font, cosa che invece penalizza il novello alle prime armi, che viene sopraffatto da pagine di storia e manuali didattici, e comunque queste sono regole sono punti di riferimento in ambito tipografico che si legano non solo all’aspetto ma anche all’uso della pagina, regole che se prese singolarmente possono aiutare ma nell’insieme possono complicarti la vita.
Lo stesso Paul Felton ha realizzato un libro che se letto nel verso giusto abbiamo “The Ten Commandments of Typography”, invece se letto in modo capovolto spostandone l’asse si leggerà, “Type Heresy” (fig. 245), praticamente lui crea una lista composta precisamente da dodici disegnatori di caratteri partendo da Renner fino a Eric Gill, e contrapponendoli ai suoi idoli del design, personaggi che con un termine azzardato potrei definire anticonformisti quasi.
Qui sono elencate le regole divine secondo Felton:
– 1. Non usare più di tre caratteri in un documento.
– 2. Scrivi titoli in grande e in cima alla pagina.
– 3. Non usare altri corpi all’infuori di 8-10 punti per il testo.
– 4. Ricorda che un carattere non leggibile non è realmente un carattere.
– 5. Onora la crenatura, cosicché lo spazio bianco tra i caratteri sia visivamente uniforme.
– 6. Metti in risalto con discrezione eventuali elementi all’interno del testo.
– 7. Non usare solo maiuscole quando componi testi lunghi.
– 8. Ordina sempre le lettere e le parole su una linea di base.
– 9. Usa la composizione a bandiera allineata a sinistra.
– 10. Evita le righe troppo corte o troppo lunghe.
Ribaltando il libro è il primo a sostenere tale causa, elencando i ventiquattro caratteri diversi che ha scelto per il volume, inoltre c’è un’interessante osservazione nei confronti del settimo comandamento, praticamente il maiuscolo può mettere a dura prova il lettore, ma tutto sommato cosa c’è di male in questo.
Tra i disegnatori presenti nella lista nera di Feltron figura anche il nome di Jonathan Barnbrook, il creatore dei font Mason (fig. 246) e Priori (247), dove notò il fatto che i suoi insegnanti cercavano di inculcare in lui delle regole per impedire loro di divertirsi con la propria creatività.
Gli approcci possono essere radicali e forti in tal senso, come dichiarò lo stesso Goudy affermando che, “Il carattere sono Io”, oppure al contrario, possono essere polemiche come nel caso di Robert Bringhurst, “Violate assolutamente le regole” come afferma negli “Elementi dello stile tipografico”, inoltre afferma ancora, “e violatele meravigliosamente, volutamente e bene. Questo è uno scopo per cui esistono”.
Lo stesso Peter Fraterdeus affermò nell’Aiga Journal of Graphic Design che, “In internet gli approcci sono ingiuriosi. Non ci sono ragioni tipografiche legittime per creare un alfabeto che pare essere colato fuori da un pannolino”, affermazione orientata, in senso dispregiativo, verso quelle font create dal dilettante con il software fontographer.
Un altro critico Paul Hayden Duensing nel 1996 affermò che, “Digitalizzare una carattere classico del diciottesimo secolo come il Janson (fig. 248), sarebbe come suonare una composizione di Bach sul sintetizzatore”.

245 Paul Felton e il suo messaggio eretico

246 Font Mason

247 Font Priori

248 Font Janson

I primi manuali iniziarono a comparire nel corso degli anni venti e le tecnologie tipografiche erano consolidate, le macchine a lega di metallo fuso componevano testi di qualsiasi genere, giornali, biglietti da visita, etc, inoltre all’inizio del ventesimo secolo ogni singola cosa sembrava avere un codice o regola ben precisa, garantendone la giusta formalità e strizzando gli occhi di fronte ad elementi che tendevano a contrapporsi a tali regole.
Stanley Morison nel periodo in cui fu impegnato con il Times spiegava perché bisognava tenere sotto controllo l’individualismo, “Praticamente il tipografo non deve affermare: “Sono un artista”, creerò le mie forme grafiche di caratteri…
Infatti lui sa che per avere successo con una fount, bisogna che questa sia talmente efficace che chiunque ne possa riconoscere la sua originalità”.
Questa fu la filosofia con cui Morison realizzò il suo Times New Roman, che si ispirò ad un carattere del cinquecento della fonderia Plantin-Moretus di Anversa, perfetto per la leggibilità ed economizzare gli spazi su carta.
Infatti il suo carattere fu uno dei più conosciuti ed utilizzati nell’arco della storia, utilizzato sempre dal Times per più di quarant’anni, stessi principi che sono stati applicati anche sul Georgia di Matthew Carter e che realizzò anche font a monitor per Microsoft come il Verdana, una rilettura in chiave moderna proprio del Times New Roman.
Nel 2004 il grande disegnatore e tipografo Sebastian Carter, tenne una conferenza in memoria di Beatrice Warde presso il St Bride Institute, il cui discorso non si rivelò poi così diverso da quello celebre, annunciato settantaquattro anni prima dalla Warde, che rientrava nel simposio, cioè la seconda parte dei tre giorni intitolati Bad Type.
Prima di lui parlò Nigel Bents, un insegnante del Chelsea College of Art and Design che dichiarò di essere stanco ormai dei caratteri perfetti, realizzati seguendo determinate regole, il risultato di tale lavoro avrebbe prodotto sicuramente qualcosa di fallimentare, ma allo stesso tempo poteva permette anche la realizzazione di caratteri originali e brillanti, quasi come farsi condurre dal caso.
Potremmo diventare dei geni tipografici grazie ad una serie di atrocità nel campo della progettazione.
Un esame dei manifesti e manuali realizzati seguendo questa falsa riga, rivela che possiamo farci guidare fino a un certo punto, ma per il resto serve l’ispirazione, quindi cercare di renderli belli, attraenti, praticamente portare fuori la loro umanità, rendendoli anche eleganti, spiritosi e leggibili.
A questo punto dovrete diventare come Neville Brody collaborando con la rivista londinese The Face (fig. 249) del 1981, oppure come lui, potreste fondare la Research Studios, un’azienda di design, conferendo nuovi volti a grandi e lussuosi marchi di abbigliamento e profumi.
Lui studiò verso la fine degli anni settanta presso il London College of Printing subendo le influenze del movimento punk e seguendo la scia dell’anticonformismo, rischiando in questi anni anche l’espulsione per aver posto la testa della regina di traverso su un francobollo.
Lui trovò ispirazione non solo nelle riviste punk dei Sex Pistols, e dalla irriverenza, cioè la mancanza di rispetto mostrata da Jamie Reid, il grafico con cui lavorò presso la vecchia tipografia, ma anche dal carattere anarchico del suo idolo, Alexander Rodchenko, colui che approvava con forza la creatività contrapposta a coloro che realizzavano e imponevano determinate regole nel settore.
La prima forma di espressione artistica di Brody furono le copertine dei dischi imparando da Barney Bubbles, presso lo studio di progettazione Stiff Records e da Al McDowell presso lo studio Rocking Russian.
Nel lavoro svolto per la rivista The Face riuscì a strizzare, stravolgere e tirare al massimo la soglia della leggibilità e struttura dei caratteri, inoltre riuscì a trovare una giusta intonazione nella rivista con caratteri come il Futura, Gill Sans Bold Condensed e Albertus.
Altri fattori fondamentali erano le sue folli geometrie e soprattutto l’audacia delle sue creazione che lasciò il pubblicò a bocca aperta, frasi che occupavano l’intera pagina di copertina, la sovrapposizione di caratteri e lo scontrarsi continuo degli stili, la parola sommario che veniva messa in mostra su ogni singolo numero in modo diverso, etc.
Inoltre quando il Victoria e Albert Museum esposero la sua realizzazione tipografica per la rivista Arena del 1986, i giovani studenti del ramo della progettazione grafica, ne rimasero fortemente colpiti da queste burle e realizzazioni visive, che diventarono come una droga per loro, subendo una grande influenza, inoltre le sue esperienze e possibilità digitali gli permisero di realizzare altre font incredibili, come, l’Insignia (fig. 250) un carattere con uno stile simile al Futura, il Blur (fig. 251) realizzato nei primi anni novanta e il font Peace del 2009.
La sua visione comunque è rimasta invariata nonostante tutti questi anni passati, e mostra sempre quel suo atteggiamento anticonformista a lui molto caro.
Brody parla quindi di originalità e rischio, come mostrano i suoi ultimi progetti come, i titoli per il film Nemico pubblico di Michael Mann, oppure quelli per Wallpaper e per la rivista della tipografia Fuse, si sofferma anche su un immagine del Times del diciannovesimo secolo, messa a confronto con il suo restyling del 2006, affermando che, a voluto conferire al giornale più energia e chiarezza affidandosi alle sue nuove font, il Times Classic in corpo 8,5 per i testi principali e il Gotham per i titoli sans serif.
Rivolgendosi in modo ironico verso Morison afferma che il trucco è stato proprio quello di modificare tutto il giornale senza che gli altri se ne accorgessero, e ci siamo concentrati sull’impaginazione in modo tale che ogni singola pagina apparisse a modi vetrina.
Un’altra cosa che lui confida agli studenti, è la preoccupazione per l’unificazione della cultura, praticamente ovunque si va, ci si scontra sempre con segnali ed elementi analoghi, stessa cosa per la sua visione, che negli ultimi anni senbra aver subito una limitazione, dovuto al fatto che deve tirare a campare e pagare gli stipendi ai collaboratori, “le bollette e relative spese, di certo non si pagano da sole”.
Quindi a dovuto riordinare un po di idee, anche se lui riesce a divincolarsi ancora nel settore creativo delle font, un ultimo esempio è proprio il Buffalo e il Popaganda (fig. 252), stupende creazioni che popolano le riviste più raffinate.

249 Rivista The Face

250 Font Insigna

251 Font Blur

252 Font Buffalo e Popaganda

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